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Abito abitare

Frammenti dal ciclo di attività creative negli spazi della Sezione Femminile della Casa Circondariale di Sollicciano


Quadro di detenuta

L'anima è isolata, perduta se non è circondata da oggetti che siano per essa come un prolungamento delle membra del corpo (Simon Weil)

La cura di sé e dello spazio che ci accoglie, soprattutto per alcune persone, è un segno di guarigione.

Questa convinzione e desiderio hanno attraversato i laboratori creativi che dal 1988 al 1995 si sono susseguiti con una certa continuità all'interno della Sezione Femminile della Casa Circondariale di Sollicciano, il nuovo carcere costruito ai margini di Scandicci, un Comune limitrofo a Firenze.

In questo arco di anni le persone e di conseguenza le situazioni all'interno del carcere sono molto cambiate. Il mio primo incontro fra le mura del nuovo carcere risale al 1988, un periodo segnato dalla presenza e dalle richieste delle donne detenute per terrorismo. L'ultimo laboratorio, invece, si è svolto nel '95 in un carcere fortemente caratterizzato dalla presenza di giovani donne con problemi di tossicodipendenza e portatrici, quindi, di bisogni che non possono trovare adeguata risposta nella detenzione.

Ritornare a distanza di tempo su questo percorso, rileggerlo dopo averlo setacciato con la memoria e confrontato anche con le esperienze più recenti, mi sembra importante. Come allora sento che occorre richiamare l'attenzione su questa realtà complessa e contraddittoria, non stancandosi mai di dare visibilità alle esperienze positive. Sono sempre più convinta, infatti, che l'attenzione di chi sta fuori verso chi sta dentro è la prima elementare forma di cura e di tutela per procedere in controtendenza a quel pensiero che continua a coniugare carcere con 'castigo, espiazione della pena'.