L'attenzione da parte dei detenuti che idearono la proposta era rivolta soprattutto ai bambini, a quelli in visita al genitore detenuto in stanzoni destinati ai colloqui, allora per metà divisi da banconi di cemento, più alti dei bimbi; a quelli 'salvaguardati' dal trauma dell'incontro nel parlatorio di un carcere; a quelli, fino a 3 anni, conviventi in una cella del carcere con la madre. Proprio a Sollicciano, peraltro, era successo un fatto drammatico: il bambino di un rom detenuto era stato stritolato dal serrarsi di un cancello elettrico.
Invitato a coordinare il lavoro del gruppo,
'la progettazione di un giardino, ideato da alcuni detenuti condannati per reati politici connessi ai cosiddetti anni di piombo' (1),
Giovanni Michelucci accolse con entusiasmo la sfida di un intervento progettuale aperto alla città dentro il recinto murario del carcere. Si presentò per la prima volta ai cancelli d'ingresso del carcere fiorentino di Sollicciano, una mattina di primavera del 1985, col passo incerto per i suoi 94 anni, ma ancora instancabile. Sono di quell'anno i primi incontri con i detenuti.
Scrisse a proposito:
'Furono proprio alcuni detenuti che proposero di progettare dentro il carcere un giardino per la città. Così nacque quella esperienza che considero tuttora tra le più belle e significative della mia vita e che prese il nome di Giardino degli Incontri ...' (2).
Nella presentazione della proposta iniziale quel gruppo di detenuti spiegò così il titolo del lavoro: 'Un giardino degli incontri perché l'incontro è un tema così connaturato all'uomo che neppure la condizione detentiva può riuscire ad oscurare'.
Il Giardino degli incontri nel complesso penitenziario di Sollicciano