In un susseguirsi di incontri e di lavoro comune, nel clima favorevole creato nel 1986 dall'approvazione della Legge di Riforma penitenziaria nota come 'Legge Gozzini' le idee progettuali si arricchirono di nuove intuizioni e fu sviluppato, con maggior spessore il tema del rapporto con la città, a cui il Giardino, più che al carcere, chiedeva cittadinanza. Il progetto del Giardino si caratterizzò da subito per la sua identità urbana e non carceraria perché affermava l'architetto:
'Altrimenti diventerebbe un elemento ornamentale all'interno di Sollicciano, di cui forse nessuno sente il bisogno'.
Si trattava ancora di un'idea progettuale e di una serie di disegni che cercavano di focalizzarla, fatti con i pochi strumenti consentiti dalle misure di sicurezza e senza la disponibilità di un rilievo dell'area interessata. Michelucci vi intravide però la nascita possibile di un elemento significativo di quella nuova città a cui dedicò tutta la sua vita. Si impegnò nel lavoro per ricucire un rapporto con la città, ma anche per esprimere il senso corale della realizzazione di uno spazio pubblico:
'Una situazione che ormai raramente si verifica nella progettazione della città' (1)
e ancora
'Una scintilla di quell'arte antica di costruire la città sembrava emersi riaccesa qui a Sollicciano' (2).
Il gruppo lavorò al progetto tra il dentro carcerario, in una sala comune affrescata con i murales da alcuni detenuti, e il fuori, soprattutto alla Fondazione, pienamente attivata su questo impegno. In una Intervista Michelucci dichiarò in proposito:
'Ora 'vivo' a Sollicciano, con i carcerati, perché stiamo facendo un progetto per la sistemazione di un'area interna' (3).
Lavorò tra innumerevoli difficoltà, in un quadro generale oscillante tra spinte innovative e controspinte conservative ed emergenziali. Del 1987 è la presentazione pubblica (avvenuta nel carcere) della proposta preliminare. Tra ripensamenti e rielaborazioni progettuali Michelucci fu impegnato nel progetto a più riprese tra il 1985 e il 1990. Alcuni collaboratori al progetto, prima detenuti e poi in semilibertà, continuarono a lavorare con lui alla Fondazione insieme ad alcuni giovani architetti che svolgevano servizio civile presso la Fondazione.
Si aggiunsero altri compagni di strada. In un suo editoriale su 'La Nuova Città' Michelucci definisce come un progetto al limite del possibile questa complessa operazione sul confine tra la città e il suo rovescio, nel proliferare di recinti, nella deriva dello spazio urbano.
Il Giardino degli incontri nel complesso penitenziario di Sollicciano