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Un contributo di conoscenza e riflessione

Festival dell'Architettura di Parma, martedì 20 Settembre 2005. Alle 21:00 siamo alla Casa della Musica, dove si svolge la tavola rotonda sul tema ‘Architettura al Femminile'. A conclusione di una lunga giornata ricca di eventi, workshop, mostre e conferenze, l'organizzazione del Festival ha pensato di mettere a confronto due importanti riviste di Architettura - Casabella e Parametro - che avevano dedicato entrambe un numero monografico all'Architettura al Femminile (1).
21.15: la sala conferenze al primo piano è ancora vuota, le relatrici - Mercedes Da Guerre e Chiara Baglione, della redazione di Casabella, Cecilia Bione, vicedirettrice di Parametro e Gisella Bassanini, curatrice insieme a Rossella Gotti, assente all'incontro, del numero di Parametro - ascoltano la video-intervista a Cini Boeri, prevista in apertura della manifestazione. Ci chiediamo se verrà qualcuno, così tardi, ad un evento di nicchia. Ci sbagliavamo: alle 21.30 la sala è improvvisamente brulicante di persone, un mormorio crescente rompe il silenzio iniziale. Tra il pubblico molti giovani, donne e uomini.
Il confronto si svolge in tono pacato, rispettoso, fin troppo, vista la diversità degli approcci. Dopo la presentazione dei contenuti ed intenti dei numeri monografici, poco spazio per approfondimenti, troppo poco conosciuto il tema ai più, perché potesse nascere un dibattito fecondo. Del resto questa non era l'ambizione dell'evento. Voleva essere una finestra, un'occasione di conoscenza e di riflessione sull'architettura delle donne, sulle mancanze della nostra storiografia, sulle domande che potremmo porci, sulle risposte da dare. E ci è riuscito, a giudicare dagli sguardi attenti e incuriositi in sala, dalle persone che dopo l'intervento hanno fermato le relatrici per chiedere chiarimenti.
L'approccio, nella cura e nello sviluppo della tematica, da parte delle due riviste risulta sostanzialmente diverso, al contempo le argomentazioni affrontate si integrano a vicenda, tracciando una genealogia dell'architettura al femminile: dalle madri dell'architettura moderna, all'epoca femminista e post-femminista, alle architette under 40 del terzo millennio.
Rossella Gotti, della redazione di Parametro, si è rivolta, per curare il suo numero monografico, ad una architetta e ricercatrice, Gisella Bassanini, che si è dedicata in particolare allo studio del pensiero e dell'opera delle donne nell'architettura e nel design. Tra le fondatrici del Gruppo Vanda (2), laboratorio interdipartimentale nato nel 1990 alla Facoltà di Architettura di Milano, attualmente è responsabile presso la stessa Università del "Laboratorio Cultura delle Donne e Progetto Urbano".
"Chi sono state le prime pioniere? Da dove provengono? Come si sono mosse? Sono queste le domande, molto semplici, che stanno all'origine delle ricerche." (3)
Da queste ricerche sono tracciati i profili di cinque "madri dell'architettura moderna": l'irlandese Eileen Gray, la francese Charlotte Perriand, la tedesca Lilly Reich,l'austriaca Margarete Schuette-Lihotzky, l'italiana, poi diventata cittadina brasiliana, Lina Bo Bardi. "I cinque ritratti raccolti in questa prima parte della rivista sono dedicati a cinque "architettrici" che hanno fatto la storia del Novecento. Ogni ritratto è un omaggio alla loro bravura, ed anche un gesto di amore e riconoscenza nei confronti di queste "madri". Le autrici dei singoli ritratti hanno studiato per anni le opere di queste progettiste, sono state nei loro archivi, hanno raccolto materiali e informazioni in giro per il mondo. Si sono confrontate con loro attraverso un dialogo continuo, vivo, che collega il passato al presente". (4)
In questa citazione è racchiuso un modo tutto femminile di raccontare.
La storia di vita di ogni donna architetto si mescola indissolubilmente con la propria carriera professionale; attraverso l'individuazione di questo parallelismo vita-professione si definisce una sorta di atteggiamento empatico che tesse la trama, crea la struttura di una poetica del progettare.
Il suggestivo e autoironico titolo del numero, le architettrici, è tratto da una rivista femminile del periodo fascista, Attività Muliebre, "ci è sembrato un termine simpatico", dice Gisella Bassanini, come introduzione al suo intervento. Esso definiva in maniera dispregiativa le donne che si occupavano di architettura - Benito Mussolini nel 1927 affermava: "La donna deve obbedire (... ). Essa è analitica e non sintetica. Ha forse mai fatto l'architettura in tutti questi secoli? Le dica di costruirmi una capanna non dico un tempio! Non lo può. Essa è estranea all'architettura, che è sintesi di tutte le arti, e ciò è simbolo del suo destino". (5)
In realtà l'estraneità delle donne all'architettura appartiene al passato solo in termini quantitativi. Le statistiche ci dicono che tra gli studenti italiani laureati in architettura le donne hanno ormai superato gli uomini e gli iscritti all'albo professionale di età inferiore ai 35 anni sono per il 50,6% donne (6).
Tuttavia, l'architettura continua a rimanere per altri versi "terra straniera" per le donne. Sono ancora soprattutto gli uomini - del passato e del presente - che definiscono i criteri di qualità, selezionano i progetti, scrivono la storia, la teoria e la critica dell'architettura. Le donne devono lottare contro una immagine di marginalità e dilettantismo, devono affrontare difficoltà di gestione della vita privata/professionale. Fanno ancora fatica a trovare una propria identità, a elaborare delle alternative senza che questo le releghi in un ghetto irrilevante e per pochi appassionati.

Nell'epoca delle pari opportunità le donne architetto che riescono ad affermarsi sono solo quelle ubbidienti o mimetiche. Quelle che dimenticano, e fanno dimenticare, di essere donne, per integrarsi nello scenario definito dai canoni dell'architettura "al maschile". Quelle che si orientano ai modelli dominanti (maschili) e non vogliono essere identificate con un genere storicamente marginalizzato, escluse da un discorso e da una pratica di progettualità, di costruzione della realtà culturale e architettonica.
Il numero di Casabella - non affidato a curatrici esperte di gender e women's studies - tiene soprattutto conto della generazione di donne architetto che sono entrate a far parte dello star system contemporaneo. Progettiste che vogliono essere giudicate per il loro lavoro e non essere viste come donne: da Gae Aulenti a Olide Decq, Flora Ruchat Roncati, Christine Binswanger, Carme Pinòs, Elsa Prochazka fino a Zaha Hadid, per citarne alcune.

Triste, in realtà, questo atteggiamento, ma comprensibile. Del resto nessuno vuole identificarsi con i "perdenti" della storia, specialmente non chi cerca l'affermazione professionale. Non ci sorprende pertanto l'affermazione di Elsa Prochazka che riflette una opinione comune alle colleghe intervistate: "devo confessare che mi irrita il fatto che, anche in era post-femminista, donne e architettura sia ancora il tema di una pubblicazione. (... ) in realtà preferirei parlare piuttosto della mia concezione dell'architettura". (7)
La tendenza, da parte delle professioniste, a concentrarsi sulla propria affermazione individuale e, da parte delle riviste specialistiche, a menzionare solo queste figure "eccezionali", ha il limite di non tener conto dell'esigenza delle professioniste emergenti di poter far riferimento ad una genealogia e storia di genere.

"Questi nomi sono lampi nel cielo, stelle comete, presenze straordinarie, oppure solo un frammento di un mondo ricco di figure, storie, esperienze, lasciato volutamente, e a lungo, nell'ombra?" (8). Questa la domanda - retorica - che si pongono le curatrici di Parametro, evidenziando la necessità di indagare e riscrivere i libri di storia dell'architettura con una particolare attenzione ai contributi delle donne nell'ambito della disciplina.
In realtà gli studi e le pubblicazioni volti a ricostruire in maniera sistematica le teorie, i progetti architettonici e di vita, le reti di relazioni delle donne architetto in Europa sono ancora in una fase inaugurale in Italia; più avanzate, ma meno note, quelle svolte invece nell'ambito della cultura anglosassone. Sono ancora tante, dunque, le donne, e gli uomini che non si interrogano affatto sul lungo "silenzio creativo" delle donne, che neanche ne prendono realmente coscienza, fino a che non si imbattono in un evento "al femminile".
Di qui la necessità di tracciare dei profili sulle madri dell'architettura, sulle progettiste affermate e sulle correnti emergenti al fine di trasmettere alle generazioni future un'eredità culturale che il sistema tradizionale di istruzione scolastica e universitaria - nonostante la presenza sempre maggiore di docenti donne - ha dimenticato. Un modo, inoltre, per proporre modelli ideali ed alternativi. "Rispetto all'ipotesi di una eredità trasmessa dalle pioniere, anche il gruppo muf uno dei vincitori del premio European è piuttosto scettico e richiama l'attenzione sulla mancanza di un insegnamento mirato. E' difficile che possa avvenire" - dice Liza Fior - "ai vecchi tempi c'era un vero passaggio diretto di esperienza da una generazione all'altra, uno studente era allievo di un professore che era stato allievo di qualcuno che a sua volta era stato allievo di Le Corbusier o Mies o qualcun altro. Quando io ero studentessa, quelle che vengono qui chiamate madri, sono state solo nominate.(... )" (9). " Che la possibilità di questa eredità esista, lo dimostra il progetto vincitore del concorso per l'ampliamento della sede della Bocconi di Milano: le irlandesi Yvonne Farrelll e Shelley McNamare, fondatrici dello studio Grafton Architects, hanno vinto citando esplicitamente il MASP, il Museo di Arte di San Paolo, opera di Lina Bo Bardi." (10).
Questo il contributo prezioso delle due riviste, quello di ricostruire la storia dell'architettura al femminile, di indicare percorsi di pensiero, di studio e ricerca, evidenziando contributi che potremmo definire "eccentrici" rispetto alla società che li ha generati.

Chiara Baglione, della redazione di Casabella, ricorda il commento fatto dai colleghi maschi alle opere raccolte nel numero monografico: "queste opere potrebbero essere state realizzate da architetti maschi". Questo commento ci fa riflettere. Sicuramente evidenzia il fatto che l'architettura "al maschile" - e la sua millenaria tradizione - è ancora il metro di paragone universale con il quale le donne devono confrontarsi. Ci si aspetta che dimostrino di essere diverse o migliori, affinché la loro presenza sulla scena sia giustificata. D'altra parte fa riferimento alla scarsa visibilità, a livello formale, della differenza tra opere architettoniche di uomini e donne. A questo punto potremmo chiederci se le donne siano state fagocitate dal sistema esistente ed adottino in maniera inconsapevole "segni" prettamente maschili, oppure se ricorrano a soluzioni "maschili" per conquistare e conservare una posizione di prestigio nel sistema.

"Alcune donne architetto traggono ispirazione dai comportamenti maschili e si identificano con la mascolinità per raggiungere la parità sessuale, correndo così il rischio di proporre un'architettura monotona". (11). Cosicché molta architettura al femminile che conosciamo risulta non avere caratteristiche peculiari, contenuti e forme indipendenti. L'ostinazione da parte di molte donne architetto a negare la propria identità femminile comporta una mancata appropriazione ed elaborazione del patrimonio culturale delle donne. E' a questo che le teoriche della differenza fanno riferimento quando parlano della necessità di partire da sé, di vestire di parole il proprio corpo sessuato, mostrarlo, rappresentarlo, con un abbigliamento simbolico commisurato al gusto di ciascuna. Di costruire nuove relazioni con se stesse, con le altre donne e con gli uomini. Senza criticare e lottare contro l'ordine socio-simbolico in cui sono state socializzate, ma attraverso la separazione da questo ordine e la ricerca di altre mediazioni. D'altronde fin dagli anni sessanta molti gruppi di architette - soprattutto nell'area nordeuropea e negli Stati Uniti - hanno rivendicato la propria percezione e sensibilità personale ed elaborato proposte alternative a quelle delle strutture patriarcali e accademiche dell'architettura. Ci chiediamo come mai sia stato dato così poco spazio a tali sperimentazioni.

Di fronte all'aumentata produttività delle donne si fa urgente la ricerca della specificità femminile - come ha sottolineato il preside della facoltà di Architettura di Parma e qualche membro del pubblico. Questo tema è ancora aperto e suscita scetticismo sia in campo accademico che professionale, così Zaha Hadid commenta: " Non mi sono mai preoccupata del tema della specificità femminile nel lavoro di progettazione, e la questione non svolge alcun ruolo nell'ambito degli studi di architettura e della carriera più in generale. Secondo me, si tratta di uno dei miti difficili da sradicare, uno degli argomenti preferiti da critici e giornalisti, che però non ha un fondamento nella realtà. Probabilmente è controproducente inseguire questa chimera" (12).
Ad una posizione così categorica, come quella di Zaha Hadid si contrappone Christine Binswanger che ammette: "Finora ho sempre sostenuto che le donne non pensano gli spazi diversamente dagli uomini. Tuttavia, a volte ho la sensazione che le donne si interessino agli spazi interni più degli uomini, che il pensare dall'interno verso l'esterno sia loro più congeniale. Inoltre solitamente le donne hanno più mordente e più tenacia" (13).

La ricerca della specificità femminile in Architettura è, certamente, una questione complessa, che richiede uno sguardo nuovo, categorie rivedute ed una disponibilità alla decostruzione di parametri istituzionalizzati di raccolta, analisi e valutazione dei dati.
Una ricerca che richiede tempo e risorse, perché possa produrre risultati non stereotipati, affrettati. Una ricerca che diversi gruppi di donne - si, sono ancora soprattutto le donne che si occupano di storia delle donne (!) - stanno svolgendo, ma che è ancora tutta da sviluppare. Proprio l'analisi di percorsi privati e professionali, delle riflessioni teoriche e delle proposte progettuali evidenziano che le donne hanno un approccio diverso dagli uomini al progetto ed alla professione (che trascende le classiche dicotomie privato/pubblico, interno/esterno, sapere comune/sapere scientifico ecc.), che hanno maggiore sensibilità verso le tematiche dell'ambiente, della qualità e della sicurezza ed elaborano soluzioni architettoniche ed urbanistiche con maggiore attenzione ai tempi e modi di vivere lo spazio delle donne, dei bambini ed in genere ai gruppi ai margini.
"Questo approccio specifico porterebbe [tuttavia] a una produzione tipicamente femminile e potrebbe essere inteso come una forma di arricchimento da chi ritiene che lo sviluppo della società passi dal confronto delle differenze. Ma, nel contempo, aumenterebbe ulteriormente il divario tra i sessi e il "linguaggio femminile" finirebbe per irrigidirsi a causa dell'eccessiva specializzazione. Inoltre, questa identità femminile "universale" diventerebbe altrettanto limitativa e riduttiva di quella identità maschile che le donne hanno sfidato."
(14).
Come hanno sottolineato Gisella Bassanini e Mercedes Da Guerre, durante la tavola rotonda occorre, pertanto, che la politica decisionale si evolva nel senso della emancipazione e della femminilizzazione, citando il lavoro di ricerca promosso dalla Commissione della Comunità Europea nel 1993 sul "genere nell'architettura e nell'urbanistica" a cui hanno aderito sei paesi. L'obiettivo del progetto era quello di sensibilizzare gli amministratori, insegnanti e studenti sull'importanza del genere nello spazio urbano e nell'habitat. L'equipe di ricerca ha proposto una maggiore partecipazione femminile al processo decisionale in qualsiasi progetto urbano e architettonico.
"La partecipazione della popolazione femminile e delle donne architetto e urbaniste sarà veramente vantaggiosa solo se queste acquisiranno consapevolezza (... ) della propria identità femminile, marcatamente diversa da quella maschile. La società è troppo complessa per essere contemplata da un unico punto di vista." (15).

Uno sguardo frettoloso alla forma finale del progetto, che tra l'altro scaturisce anche da scelte di ordine estetico, tecnologico, funzionale - e sappiamo che la ricerca di segni e simboli altri da parte delle donne è ancora in fase inaugurale - non consente, pertanto, alcun giudizio sulla specificità femminile. Voler descrivere, d'altronde, un progetto come "femminile", osservandone la forma architettonica finale, senza l'analisi del contesto, della poetica, del percorso della progettista, corrisponderebbe a voler parlare di un quadro senza avere nozioni di storia dell'arte, né notizie sull'artista.
Ma lasciamo l'analisi della "specificità" femminile a storici, teorici e critici dell'architettura, sperando che il lavoro degli esperti sia sempre più prolifico e attento alla produzione femminile, sia essa affermata che emergente, conformista o "eretica". Rimane indubbio che le donne architetto, architettrici o architette (le professioniste del settore sembrano ancora incerte sul titolo professionale da adottare) hanno una sfida di enorme portata davanti a sé. Rimosse le barriere formali all'esercizio della professione, ora si tratta di conquistare visibilità e proporre - e imporre - temi, idee, progetti, spazi architettonici e urbani "desiderabili" per le donne, gli uomini, i bambini... Le donne architetto devono affiancare al lavoro di ricostruzione della storia, di osservazione critica, quello di una progettazione "rivoluzionaria", audace, di costruzione attiva di spazi umani - fatti da donne e uomini, diversi, ma pari. E' una grande responsabilità, un lavoro difficile, rischioso, di decostruzione e sperimentazione, ma anche un compito intrigante, che promette grandi soddisfazioni, che apre campi di azione e percorsi professionali e creativi completamente nuovi.

Architettura al femminile

Introduzione
Un contributo di conoscenza e riflessione
Profilo delle autrici
Segnalazioni

1. Parametro n.257 - Maggio/Giugno 2005; Casabella n.732 - Aprile 2005.

2. Il Gruppo Vanda, tra gli anni 1990-2000, si è dedicato alla ricerca e allo studio delle teorie e delle opere di architette ed urbaniste che per prime si sono confrontate con la cultura progettuale.

3. G. Bassanini, Le madri dell'architettura moderna: alcuni ritratti nel panorama italiano e straniero, in: Parametro n. 257 pag. 20.

4. G. Bassanini, Le madri dell'architettura moderna: alcuni ritratti nel panorama italiano e straniero, in: Parametro n. 257 pag. 23.

5. G. Bassanini, Le madri dell'architettura moderna: alcuni ritratti nel panorama italiano e straniero, in: Parametro n. 257 pag. 20.

6. cit. in: C. Baglione e M. Da guerre, Oltre il labirinto, in: Casabella n. 732 pag. 5

7. E. Prochazka, in : Tavola rotonda, a cura di C. Baglione e M. Da Guerre, Casabella n. 732 pag. 12/13.

8. G. Bassanini, Le madri dell'architettura moderna: alcuni ritratti nel panorama italiano e straniero, in: Parametro n. 257 pag. 20.

9. Liza Fior, cit. in: R. Gotti, Adagio ma non troppo. Una genealogia al femminile, Europa under 40, Parametro n. 257 pag. 56.

10. R. Gotti, Adagio ma non troppo. Una genealogia al femminile, Europa under 40, Parametro n. 257 pag. 56.

11. F. Marchal, L'architettura sessuata, equivalenza e simmetria, in: Casabella, n. 732, pag. 67.

12. Z. Hadid, in : Tavola rotonda, a cura di C. Baglione e M. Da guerre, Casabella n. 732 pag. 14.

13. C. Binswanger, cit in: A. Schindler, Lavorare con Herzog & de Meuron intervista a Christine Binswanger, . in: Casabella n. 732, pag. 39.

14. F. Marchal, L'architettura sessuata, equivalenza e simmetria, in: Casabella, n. 732, pag. 67.

15. F. Marchal, L'architettura sessuata, equivalenza e simmetria, in: Casabella, n. 732, pag. 67.